Mastoplastica additiva

La mastoplastica additiva è una operazione finalizzata all’aumento di volume delle mammelle. Nella mastoplastica additiva, più che per ogni altro intervento in chirurgia estetica, è essenziale un’attenta pianificazione pre-operatoria che deve tenere conto di quelli che sono i desideri della paziente in termini di forma e di volume e valutare se questi sono realizzabili sulla base della situazione anatomica di partenza.

Noi possiamo effettuare l’intervento con un accesso chirurgico che può essere dal solco inframammario, dall’areola, o dal cavo ascellare creando una tasca che può essere retroghiandolare, retrofasciale o retromuscolare, utilizzando protesi rotonde o anatomiche con vario grado di proiezione e coesività, rivestite di silicone o di poliuretano.

Tutte queste variabili vengono scelte tenendo conto sia della situazione anatomica preoperatoria delle mammelle che dei desideri della paziente e vanno valutate accuratamente durante i colloqui preliminari.



1. FOTO PRIMA E DOPO (protesi anatomica retromuscolare)
2. FOTO PRIMA E DOPO (protesi rotonde)
3. VIDEO CASI COMMENTATI


VIE DI ACCESSO


Solco inframammario: è l’accesso più anatomico, più naturale: si passa sotto la ghiandola mammaria, sotto la fascia del muscolo pettorale o sotto il muscolo pettorale stesso e non attraverso essi. Occorre tener conto che al termine dell’intervento il solco mammario si è spostato in basso, per questo esistono oggi diversi algoritmi che, calcolando i volumi iniziali, i volumi desiderati e le caratteristiche della pelle e dei tessuti, consentono di collocare l’incisione nel neosolco con un’approssimazione di mezzo centimetro al massimo.

Cavo ascellare: L’accesso dal cavo ascellare è il più nascosto, tuttavia, a causa del notevole numero di bulbi piliferi presenti, la cicatrice può risultare di minore qualità e quindi visibile, specie d’estate quando si indossano indumenti senza maniche. L’accesso per via ascellare è inoltre associato ad un maggior rischio di malposizionamento delle protesi anatomiche.

Emiperiareolare: è l’accesso che, se correttamente eseguito, tende a guarire meglio, anche perché esistono accorgimenti adottabili a partire dal terzo mese, che portano ad una naturale pigmentazione della cicatrice periareolare che assume pertanto il colore dell’areola stessa.

PIANI DI ALLOGGIAMENTO
Retroghiandolare: è il piano più naturale, più anatomico: teoricamente, se si potesse, tutte le protesi andrebbero alloggiate direttamente dietro la ghiandola mammaria, perché è la mammella che vogliamo aumentare di volume e proiezione, non il muscolo!
Purtroppo, nella realtà, le pazienti che vogliono un ingrandimento mammario spesso hanno una copertura ghiandolare e sottocutanea assai esigua e quindi il posizionamento retroghiandolare risulterebbe in un posizionamento sostanzialmente retrocutaneo, con il rischio di vedere il bordo e la forma della porzione superiore della protesi, anche tenendo conto di una possibile riduzione del volume tessutale mammario nel corso degli anni per la compressione esercitata dalla protesi stessa.

Inoltre, personalmente, preferisco ricorrere a tale piano assai di rado e, nel caso, con impianti piccoli e non pesanti perché è alto il rischio che nel tempo la protesi tenda a dislocarsi verso il basso, non avendo la capsula periprotesica la possibilità di formare tenaci aderenze.

I vantaggi dell’alloggiamento retroghiandolare sono:

  • la rapidità di esecuzione (45 minuti)
  • l’assenza di dolore
  • la gestione ambulatoriale dell’intervento

Gli svantaggi sono:

  • il rischio maggiore di visibilità dell’impianto
  • il rischio di dislocamento in basso
  • il rischio aumentato di contrattura capsulare

Retrofasciale: si alloggia la protesi tra fascia del muscolo pettorale e muscolo pettorale stesso. Si tratta di un piano generalmente poco utilizzato dai chirurghi (forse perché chirurgicamente un po’ più lungo e delicato dell’alloggiamento retromammario), ma se lo spessore dei tessuti lo permette, è un piano eccellente perché consente di avere i benefici di un posizionamento retromuscolare, grazie alla compressione esercitata superiormente dalla fascia del muscolo pettorale, (una struttura sottile, ma inestensibile e molto forte) e di un posizionamento retroghiandolare (perché il muscolo pettorale viene lasciato in sede).

I vantaggi sono pertanto:

  • la possibilità di coprire il polo superiore della protesi perché la fascia, anche se sottile, è robusta ed inestensibile e rende pertanto meno visibile il polo superiore della protesi
  • la stabilità del risultato nel tempo perché la capsula periprotesica è salda tra fascia e muscolo e non tende a precipitare verso il basso nel corso degli anni come nel posizionamento retroghiandolare
  • L’assenza di dolore (il muscolo viene lasciato in sede)Gli svantaggi sono:
  • Intervento un po’ più lungo e delicato (spesso la fascia è sottile)
  • Non garantisce comunque, in assenza di un adeguato spessore dei tessuti sottocutanei e ghiandolare, un’adeguata copertura del polo superiore, se si utilizzano protesi rotonde o anche anatomiche ad alta proiezione.
    In sostanza, secondo il nostro parere, il posizionamento retrofasciale andrebbe effettuato quando ci sono le indicazioni anatomiche per un accesso retroghiandolare, per poter dare maggiori garanzie di risultato stabile a lungo termine rispetto ad un alloggiamento protesico retroghiandolare

Retromuscolare: è il piano più frequentemente utilizzato perché garantisce sempre un’adeguata copertura del polo superiore e dà la maggior garanzia di stabilità nel tempo. La protesi viene alloggiata tra muscolo e costato. Il piano può essere totalmente retromuscolare o parzialmente (dual-plane).
Con la prima tecnica la protesi viene inserita totalmente dietro il muscolo grande pettorale e parte del muscolo dentato. È una tecnica particolarmente indicata per pazienti con scarsissimo spessore del tessuto mammario, ma che noi tendiamo ad utilizzare poco perché la mammella risulta piuttosto dura al tatto, con una scarsa convessità del polo inferiore e cambia molto di forma ad ogni contrazione muscolare.
Con la seconda tecnica  (Dual Plane), da noi preferita quando inseriamo la protesi retromuscolare, creiamo una tasca di alloggiamento per la protesi solo dietro al muscolo grande pettorale senza toccare gli altri muscoli della parete toracica, previo scollamento della ghiandola mammaria dal muscolo pettorale stesso in quantità proporzionale a quanto vogliamo sollevare la ghiandola.
Con questa tecnica il 50-75% della protesi è coperta dal muscolo mentre la parte inferiore resta in posizione Retroghiandolare.

I vantaggi sono:

  • Copertura e compressione del polo superiore esercitata dal muscolo pettorale, con possibilità di utilizzare protesi rotonde o anatomiche ad alta proiezione senza il rischio di un eccessivo “effetto push up”
  • Massaggio della protesi da parte del muscolo pettorale stesso con riduzione del rischio di contrattura capsulare
  • Stabilità del risultato (la capsula è tenacemente adesa tra costato e muscolo)

Gli svantaggi sono:

  • Possibile deformità delle mammelle quando si contrae il muscolo pettorale
  • Maggiore rischio di dislocazione in alto o di asimmetria post-intervento (per l’attività residua del muscolo pettorale che mobilizza le protesi)
  • Il maggiore rischio di avere fastidio post-operatorio: ho volutamente scritto “fastidio” e non dolore perché oggi c’è la possibilità di evitare che l’intervento sia doloroso in oltre il 90% dei casi, attraverso opportuni accorgimenti di tipo chirurgico ed anestesiologico. Il rischio che un normale fastidio post-operatorio si trasformi in dolore è sicuramente più alto quando si inseriscono protesi di volume molto grande perché aumenta inevitabilmente la tensione e lo stiramento dei tessuti coinvolti
  • Maggiore accortezza nel post-operatorio per quanto riguarda i gesti in cui si utilizzano i muscoli pettorali, che devono essere sollecitati il meno possibile per evitare dislocamenti delle protesi nei tre mesi successivi all’intervento (tempo in cui si completa la formazione della capsula protesica), a meno che non vengano utilizzate protesi in poliuretano

FORMA DELLE PROTESI


Le protesi possono avere due forme:

Forma rotonda: in realtà la dizione corretta sarebbe “emisferica” perché non è rotonda come una palla!
Resta, per noi, la prima scelta quando ci troviamo di fronte ad una mammella ben conformata, con un capezzolo ben centrato sulla ghiandola mammaria e quando alla paziente piace una certa convessità del polo superiore (“effetto push up”).
E’ fondamentale sottolineare che anche con le protesi rotonde, contrariamente a quanto si crede, è possibile ottenere un risultato naturale, dipende dai tessuti di partenza, dal piano di alloggiamento e soprattutto dal grado di proiezione protesica (se si vuole un risultato naturale è preferibile optare per una proiezione moderata)

Forma anatomica (“a goccia”): è la forma più naturale, perché ricalca la forma della mammella.

La scelta tra una protesi a forma rotonda o anatomica può essere in alcuni casi lasciata al gusto personale della paziente, ma a nostro parere, optare per una forma “a goccia” diventa inevitabile quando si vuole ottenere un certo sollevamento di una mammella ptosica o quando si cerca un risultato stabile negli anni, tenendo conto del fatto che molte mammelle, soprattutto dopo un certo grado di deterioramento tessutale (post-gravidico, post-dimagramento) tendono a scendere e con una protesi anatomica possono essere più agevolmente “sostenute”.

GRADO DI PROIEZIONE DELLE PROTESI
Le protesi, sia rotonde che anatomiche hanno diversi gradi di proiezione (lieve, moderata, elevata, molto elevata)
Questo significa che, una volta stabilite le dimensioni (altezza e larghezza) degli impianti, possiamo, variando la proiezione, variare i volumi complessivi.

GRADO DI COESIVITA’ DEL GEL PROTESICO
Il gel che riempie le protesi ha un diverso grado di coesività, cioè di morbidezza, a seconda della marca di protesi e a seconda che si tratti di una protesi rotonda o anatomica.
In generale, indipendentemente dalla marca di protesi, quelle anatomiche hanno un gel leggermente più coesivo rispetto a quelle rotonde perché debbono mantenere la forma “a goccia”.
Le protesi a gel più coesivo sono senza dubbio preferibili quando il torace è molto piatto e tessuti sono in tensione perché dobbiamo dare la forma corretta al nuovo seno che si mantenga stabile e contrasti la tensione tessutale esterna (ad esempio negli esiti di demolizione oncologica o nelle ipomastie severe)
Esistono anche protesi anatomiche a doppia camera, con una camera posteriore a gel più morbido in modo tale che la protesi accompagni naturalmente il movimento del costato ed una anteriore a gel più coesivo per mantenere meglio la forma e sollevare maggiormente la ghiandola mammaria

RIVESTIMENTO DELLE PROTESI: SILICONE o POLIURETANO?

Le protesi mammarie sono tutte a contenuto siliconico, il rivestimento esterno invece può essere schematicamente suddiviso in:

Silicone testurizzato: la testurizzazione indica il grado di rugosità della protesi, quanto maggiore è la testurizzazione tanto più importante sarà il grado di risposta infiammatoria che condurrà ad una più rapida formazione di una capsula peri-protesica.

E’ chiaro che, per una forma anatomica, occorre una testurizzazione importante per evitare che la protesi possa ruotare, invece per una forma rotonda l’eventuale rotazione non costituisce un problema, quindi è possibile rivestirle con una testurizzazione leggera (addirittura da qualche anno sono tornate “di moda” le protesi rotonde lisce, cioè prive di qualunque rugosità dell’involucro, che erano state pressoché abbandonate negli anni ‘80 in quanto associate ad un maggiore rischio di contrattura capsulare e sostituite dalle protesi testurizzate).

Poliuretano: le protesi in poliuretano esistono dalla fine degli anni ’70 e vengono utilizzate routinariamente negli interventi secondari, quando occorre sostituire le protesi con rivestimento in silicone per complicanze quali la dislocazione, la rotazione o la contrattura capsulare.  Ancora oggi, tuttavia, vengono di rado proposte in prima battuta, probabilmente perché sono più complesse da impiantare e perché, aderendo molto rapidamente e tenacemente ai tessuti, non hanno margine di assestamento e quindi, se non vengono posizionate alla perfezione, non possono essere aggiustate nel post-operatorio fino a quando il poliuretano non inizia a sciogliersi sensibilmente.

Vantaggi delle protesi in poliuretano:

  • Presentano una migliore aderenza ai tessuti grazie ad una superficie assai porosa e questo fa si che non possano ruotare o dislocarsi.
  • Hanno un rischio di contrattura capsulare assai basso, intorno al 2-4 % a 10 anni dall’intervento (Long-term safety and efficacy of polyurethane foam-covered breast implants,Handel N et al: Aesthet Surg J. 2006 May-Jun;26(3), mentre per gli impianti rivestiti in silicone delle principali marche in commercio (Allergan®, Mentor®, Sientra,®), il rischio è intorno al 12-20% (Long-term safety of textured and smooth Breast implants, Calobrace, et al: Aesthetic Surgery journal 2018, Vol. 38 (1). Il basso indice di contrattura capsulare è attribuito alla crescita interna ed al microincapsulamento dei fibroblasti nella matrice della schiuma in poliuretano. Diversamente dalle protesi sia con superficie liscia che testurizzata, intorno alle quali si crea un’unica grande capsula, le protesi in poliuretano favoriscono la crescita di numerose microcapsule intorno alla schiuma, motivo per cui le forze contrattili lineari che possono deturpare la protesi, vengono neutralizzate.
  • Permettono un recupero più rapido rispetto alle protesi rivestire in silicone. Pertanto, se la paziente desidera un rapido ritorno all’attività sportiva e/o lavorativa e/o utilizza gli arti superiori per lavoro, o se è una mamma con figli piccoli, noi consigliamo le protesi rivestite in poliuretano che si fissano nel giro di pochi giorni ai tessuti circostanti in modo inamovibile annullando il rischio di rotazione, innalzamento o asimmetria delle protesi stesse.
  • Sono il gold standard negli interventi secondari proprio perché non sono soggette a contrattura capsulare.

Svantaggi delle protesi in poliuretano:

  • Necessitano di esperienza e precisione da parte del chirurgo per essere impiantate in quanto, in caso di errore, non sono facilmente removibili, almeno fino a quando il poliuretano non si sia parzialmente sciolto (almeno 6 mesi). Dopo un anno dall’impianto il poliuretano si è riassorbito ed è possibile rimuovere l’impianto con estrema facilità perché le protesi sono diventate sostanzialmente lisce.
  • Dopo l’intervento possono avere un aspetto un po’ rigido, anche al tatto si ha una certa sensazione di durezza proprio perché il poliuretano aderisce fortemente ai tessuti limitrofi; nel giro di due/tre mesi il poliuretano inizia il riassorbimento e le protesi si ammorbidiscono.
  • Possono essere lievemente meno adatte nelle pazienti molto magre perché i bordi possono essere palpabili.

Silicone liscio: L’avvento della testurizzazione negli anni ’80 ha segnato una svolta epocale per quanto riguardava la riduzione della complicanza più nota dell’intervento di mammoplastica additiva che era e resta ancora oggi la contrattura capsulare periprotesica. Le protesi a superficie liscia utilizzate sino a quegli anni vennero soppiantate da altro tipo di protesi a superficie rugosa ( tecnicamente definite testurizzate ) che, in virtù di tale superficie più micro ondulata, riuscivano probabilmente per un notevole aumento di superficie, a limitare gli effetti della contrattura cicatriziale periprotesica ( la capsula altro non è che una cicatrice tridimensionale ) e quindi anche a ridurre i rischi di indurimento del seno protesizzato, a seguito di una severa contrattura capsulare periprotesica, evento con le protesi lisce di un tempo, abbastanza frequente.

Un ulteriore passo avanti nella produzione di protesi mammarie per mastoplastica additiva avvenne con l’introduzione di un nuovo tipo di protesi cosiddetta a goccia o anatomica per la sua forma più schiacciata al polo superiore e più proiettata al polo inferiore. Ma il fatto principale era la qualità del silicone col quale erano strutturate in esclusiva le protesi anatomiche destinate in primis alla ricostruzione del seno post mastectomia, poi utilizzate di routine anche per la mastoplastica additiva a scopo estetico.

Le protesi rotonde lisce invece erano rimaste indietro e cioè ancora strutturate sempre col silicone a basso coefficiente di coesività e quindi erano soggette particolarmente al trasudamento di silicone dalla superficie protesica, il cosiddetto bleeding che era la causa principale della contrattura capsulare periprotesica data la particolare reattività dei tessuti a questo tipo di silicone particolarmente fluido.
Da qualche anno, cioè da quando l’industria ha messo sul mercato anche le protesi rotonde strutturate con lo stesso tipo di silicone delle sorelle anatomiche, c’è una tendenza a ritornare alle protesi rotonde a superficie liscia o nanotesturizzata, cioè con una testurizzazione molto tenue. Questo perché se è vero che all’inizio i maggiori rischi di contrattura capsulare periprotesica erano attribuiti al tipo di superficie protesica ( liscia ) e l’avvento sul mercato di impianti a superficie rugosa ( all’inizio sempre rotondi ) sembrava avere risposto positivamente al problema, poi l’introduzione delle protesi anatomiche ha palesato che la riduzione della contrattura era legata alla qualità del silicone ( particolarmente coesivo ) che non trasudava dalle protesi e non solo al tipo di superficie ( testurizzata anziché liscia ).

Vantaggi della superficie liscia:

  • Facilità di inserimento.
  • Minore rischio di ondulazioni (wrinkling) rispetto alle protesi testurizzate che, in virtù della particolare aderenza della superficie testurizzata ai tessuti sovrastanti la protesi ( effetto Velcron), soprattutto nei soggetti magri possono rendere evidenti in superficie le naturali ondulazioni della superficie protesica costretta nella capsula periprotesica fisiologica.

Svantaggi della superficie liscia:

  • Si è tornati ad utilizzarle da alcuni anni, i dati scientifici inerenti la principale complicanza degli impianti mammari a superficie liscia, la contrattura capsulare, sono ancora esigui e discordanti.
  • La forma degli impianti a superficie liscia può essere esclusivamente rotonda (una forma anatomica avrebbe il problema della rotazione)

FACCIAMO QUALCHE ESEMPIO
Se la paziente ha delle mammelle già ben rappresentate con una buona copertura di tessuto fibroghiandolare del polo superiore, è possibile posizionare le protesi in sede retroghiandolare o preferibilmente retrofasciale (tra la fascia del muscolo pettorale ed il muscolo pettorale stesso).
Se abbiamo una paziente con un torace proporzionato all’altezza, con una ghiandola mammaria ben conformata ed il capezzolo centrato sulla coppa, che desidera un aumento omogeneo del volume, possiamo optare sia per una protesi rotonda che per una protesi anatomica a seconda delle preferenze estetiche della paziente stessa. Una volta scelte le dimensioni della protesi attraverso delle misurazioni, saranno le differenti proiezioni a determinare il volume finale dell’impianto.

Se invece la paziente è bassa e con un torace un po’ largo o viceversa è piuttosto alta ed esile, pur in presenza di una ghiandola mammaria ben sviluppata le protesi più idonee saranno quelle anatomiche che, oltre alla forma a goccia hanno la possibilità di avere un’altezza differente rispetto alla larghezza, una caratteristica che permette, dopo un’attenta valutazione del chirurgo, di poter realizzare un seno armonico e naturale in base alla conformazione della gabbia toracica.

Se la ghiandola mammaria presenta una lieve perdita di tono (ptosi mammaria) utilizziamo alcuni accorgimenti tecnici volti a risollevare la mammella quali la tecnica dual plane, associata, se è necessario far risalire anche il capezzolo, ad un accesso chirurgico emiperiareolare superiore o periareolare completo con sutura a borsa di tabacco (round block). Inoltre utilizzeremo protesi anatomiche ad alto grado di proiezione e coesività, in modo che esse stesse sorreggano la ghiandola mammaria lievemente ptosica.

Se la paziente desidera un rapido ritorno all’attività sportiva e/o lavorativa e/o utilizza gli arti superiori per lavoro, noi utilizziamo protesi rivestite in poliuretano che si fissano nel giro di pochi giorni ai tessuti circostanti in modo inamovibile annullando il rischio di rotazione, innalzamento o asimmetria delle protesi stesse.

Se la paziente è già stata operata e desidera sostituire gli impianti, noi utilizziamo protesi rivestite di poliuretano perché il rischio di contrattura capsulare (la principale complicanza legata all’inserimento delle protesi mammarie) è molto basso e si attesta intorno al 2-4 % a 10 anni dall’intervento.

Se la priorità della paziente è avere il rischio di complicanze più basso possibile a medio/lungo termine, usiamo le protesi in poliuretano.


1. FOTO PRIMA E DOPO (protesi anatomica retromuscolare)
Effettuiamo l’operazione con un accesso chirurgico che può essere dal solco inframammario o dall’areola, posizionando la protesi, come sopradetto, nel piano retroghiandolare, retrofasciale o retromuscolare, utilizzando protesi rotonde o anatomiche con vario grado di proiezione e coesività, tutte queste variabili dipendono sia dalla situazione anatomica preoperatoria delle mammelle che dai desideri della paziente e vengono valutate accuratamente durante i colloqui preliminari. Se la ghiandola mammaria presenta una modesta perdita di tono (la cosiddetta ptosi mammaria) utilizziamo alcuni accorgimenti tecnici volti a risollevare la mammella quali la tecnica dual plane, associata, se è necessario far risalire anche il capezzolo, ad un accesso chirurgico emiperiareolare superiore o periareolare completo con sutura a borsa di tabacco (round block).
Al termine dell’intervento posizioniamo due drenaggi che vengono rimossi generalmente dopo 24 ore. L’intervento avviene in anestesia generale, ha la durata di circa un’ora e mezza/due ore e può essere effettuato in day hospital. L’attività sportiva leggera è consigliata dopo una settimana per ammorbidire la capsula periprotesica in formazione.

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DOMANDE E RISPOSTE PIU’ COMUNI PER L’INTERVENTO DI MASTOPLASTICA ADDITIVA


La mastoplastica additiva é un intervento doloroso?
No, perché vengono effettuati accorgimenti anestesiologici , prima della narcosi e prescritta una terapia antidolorifica al domicilio. La paziente potrà avvertire un normale fastidio post-operatorio, peraltro facilmente controllabile con gli analgesici; il fastidio potrà essere lievemente maggiore in caso di protesi molto grandi e/o se rivestite di poliuretano.

La protesi di silicone sarà visibile?
Generalmente no, ma è chiaro che più è grande la protesi, maggiore sarà il rischio di visibilità della stessa e di un risultato innaturale.
I drenaggi sono necessari? i drenaggi non sono necessari, ma studi scientifici hanno dimostrato che la rimozione della minima quantità di liquido sieroematico che si forma inevitabilmente dopo ogni insulto chirurgico riduce il rischio di contrattura capsulare, quindi noi preferiamo inserirli per rimuoverli a distanza di 12/24 ore.

Che tipo di reggiseno dovrò usare dopo la mastoplastica?
Occorre un reggiseno sportivo, nel caso vengano inserite protesi in poliuretano è possibile toglierlo già dopo 20 giorni.
La cicatrice sarà visibile? La cicatrice periareolare spesso risulta praticamente invisibile in quanto dopo alcuni mesi si possono mettere in atto alcuni semplici accorgimenti affinchè assuma la pigmentazione dell’areola stessa, quella al solco è visibile, se il solco non è coperto dalla ghiandola stessa, come una sottile riga bianca.

Dopo l’intervento, se la paziente ha un figlio, potrà allattare?
Si, è possibile allattare, ma è consigliabile solo per breve tempo per non compromettere la qualità dei tessuti mammari e incorrere nel rischio che le mammelle “cadano sulle protesi”, che ovviamente sono fisse nella stessa posizione dentro la propria capsula. Se la paziente ha intenzione di allattare è preferibile un accesso al solco sottomammario per non compromettere la ghiandola.

Le protesi sono sicure?
Per oltre cinquant’anni le mammoplastiche sono state costantemente monitorate mediante ecografia, mammografia e Risonanza magnetica nucleare. Sappiamo, ormai da molti anni, che le protesi non solo non aumentano il rischio di tumore mammario, ma anzi sono un fattore protettivo perchè la paziente protesizzata si sottopone più frequentemente, in media, ad accertamenti diagnostici rispetto alla donna con seno naturale in quanto effettua controlli sia per ragioni di screening per il tumore mammario che di follow up post-operatorio.

Recentemente si è iniziato a parlare di associazione tra la mastoplastica additiva e linfoma anaplastico a grandi cellule ( ALCL ). Si tratta di una forma rara di linfoma che colpisce entrambi i sessi, che costituisce solo il 2% di tutti i linfomi non Hodkin e che, se scoperto in tempo e curato, non ha conseguenze. Molto di rado, questa neoplasia si può sviluppare intorno a una protesi al seno (BIA-ALCL, da Breast Implant-Associated Anaplastic Large Cell Lymphoma): non si conoscono con certezza le cause scatenanti ma, secondo alcune ipotesi, potrebbe esserci una correlazione con uno stato infiammatorio cronico dovuto alla testurizzazione dell’impianto, che favorirebbe la degenerazione dei linfociti T che si trovano in prossimità della protesi. In media, la diagnosi di questa malattia avviene dopo 9-10 anni dall’impianto protesico.

L’allarme è partito qualche anno fa dalla Francia che ha riportato alcuni dati di ricerca: nel 2013, 130 casi su base mondiale, nel 2014, 170 casi e risulterebbero da altra fonte 177 casi nel 2015. Si tratta di una incidenza estremamente bassa rispetto ai milioni di donne che ogni anno nel mondo si sottopongono a mastoplastica additiva.
Quindi, in definitiva, allo stato attuale delle conoscenze, dobbiamo tenere conto che, in caso di mammoplastica additiva vi è un rischio di linfoma anaplastico a larghe cellule (BIA-ALCL) Si tratta di un tumore raro, curabile perfettamente, quando preso in tempo. I sintomi sono un rigonfiamento anomalo di un seno in assenza di fatti flogistici evidenti o di traumi, sostenuto da un sieroma tardivo (cioè comparso ameno 6 mesi dopo l’impianto): In tal caso la paziente deve sottoporsi a prelievo di almeno 20 cc di siero ( con sonda eco guidata ) per sottoporlo all’analisi in un centro specializzato così da escludere o confermare la diagnosi di linfoma.
Nel 2017, le morti riportate per BIA-ALCL sono state 12 su un numero complessivo di 30 milioni di donne che nel mondo hanno impianti mammari testurizzati.

Quindi, che rischio reale di morte per BIA-ALCL ha la paziente che decide di introdurre delle protesi testurizzate?
Per capirlo ancora meglio possiamo riferirci all’unità di misura di rischio Micromort. La misura micromort è stata introdotta nel 1979 da Ronald A. Howard ed un micromort indica quando il rischio di morte di una persona è di uno su un milione.
Ad esempio scendere dal letto quando hai 20 anni incrementa il tuo rischio di morte di un micromort, guidare la macchina un’ora al giorno incrementa il tuo rischio di morte di due micromorts, correre una maratona incrementa il tuo rischio di 8 micromorts per corsa.
Il rischio di morte per BIA-ALCL è di 0,4 micromort per una donna con protesi mammarie bilaterali!

Le protesi hanno una garanzia?
Le protesi più moderne sono garantite a vita in caso di rottura che sia imputabile ad un difetto strutturale e vengono in tal caso sostituite gratuitamente, alcune offrono anche un bonus per le spese mediche e di ospedalizzazione, altre offrono la sostituzione anche nel caso di contrattura capsulare severa (grado III e IV di Backer)


Mastoplastica additiva (protesi anatomica retroghiandolare) prima e dopo:

Mastoplastica additiva (protesi anatomica retromuscolare) prima e dopo:

Mastoplastica additiva (protesi anatomica retromuscolare) prima e dopo:

Mastoplastica additiva (protesi anatomica retromuscolare) prima e dopo:

Mastoplastica additiva (protesi anatomica retromuscolare) prima e dopo:

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Mastoplastica additiva (protesi anatomica retromuscolare) prima e dopo:

 

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2. FOTO PRIMA E DOPO (protesi rotonde)

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Mastoplastica additiva retrofasciale protesi anatomiche 3 coppa B prima e dopo:

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Mastoplastica additiva retrofasciale protesi anatomica 3 coppa B prima e dopo:

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Mastoplastica additiva retromuscolare rotonda prima e dopo:


Mastoplastica additiva (protesi anatomica retromuscolare) prima e dopo:

Fotografie prima e dopo con protesi rotonde

Mastoplastica additiva retromuscolare rotonda prima e dopo:

Mastoplastica additiva retromuscolare rotonda (Dual plane mammella sx.)

Mastoplastica additiva retromuscolare rotonda media prima e dopo:


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Mastoplastica additiva (protesi rotonda retromuscolare) prima e dopo:

Mastoplastica additiva (protesi rotonda retromuscolare) prima e dopo:

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3 pro rot retromuscolare pre

1 post rot retromuscolare2 post rot retromuscolare

3 post rot retromuscolare

Mastoplastica additiva (protesi rotonda retromuscolare) prima e dopo:


3. VIDEO CASI COMMENTATI
Mastoplastica Additiva con Correzione di Ipoplasia Mammaria

Questo è il caso di una ragazza molto giovane che presenta non solo un’ipoplasia mammaria, ma anche un certo grado di asimmetria. Voleva un seno non prorompente e di comune accordo abbiamo scelto per una protesi rotonda passando attraverso l’areola, in modo da non lasciare una cicatrice visibile all’altezza del solco. Abbiamo usato protesi di volume diverso in modo da cercare di ripristinare la corretta simmetria mammaria: in particolare a sinistra è stata usata una protesi da 285 cc, a destra una protesi da 255 cc. Il piano è quello retromuscolare.

Mastoplastica Additiva: caso complesso
Questo è un caso di mastoplastica additiva piuttosto complicato. La paziente presenta un grado moderato di ptosi che si può ovviare mettendo una protesi anatomica ad un certo grado di proiezione e preferibilmente nel piano retro ghiandolare visto che c’è una buona texture cutanea, una buona possibilità di copertura della protesi stessa. In accordo con la paziente abbiamo deciso di posizionare in sede retro-ghiandolare una protesi anatomica ad alta proiezione e nel contempo è stata fatta una liposuzione dei quadranti superiori, soprattutto a carico della mammella di destra, per riuscire a correggere anche una lieve asimmetria. Il risultato ad un anno è piuttosto piacevole. L’accesso è emi-areolare superiore: in questo modo abbiamo potuto tirare su il complesso areola-capezzolo di un ulteriore centimetro.

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